Lettera alla Madre

Stiamo tornando, mamma, in una struggente luce già di settembre attraverso il tuo amatissimo Abruzzo, l’Adriatico , il Gran Sasso. Noi attraverso la Salaria perché bisogna occuparsi  anche dei vivi. Stanotte abbiamo dormito a Grisciano in una versione matrimoniale della nostra Subaru, egregiamente allestita dal mio insostituibile Matteo. La sveglia ha suonato alle 6.30 con una bella scossa 4.9.
Della  nostra casa crollata non riesco a dire, l’averla vista mi ha levato le parole.
Di tutto, quello che mi ha colpito di più sono le facce.
Quelle dei soccorritori sono belle, mi stupisce quanti uomini hanno una bellezza fuori dal comune portata con modestia.  Facce vere, antiche e sobrie, che sembrano di montanari  o pescatori abituati alla solidarietà fattiva e muta.

E poi ci sono le facce dei terremotati, stralunate, smarrite. Si riconoscono lontano un miglio: a degli amici è stato offerto il caffè da un barista di Passo Corese, sulla Salaria ormai a Roma, che aveva capito senza neanche chiedere. Sguardi persi e 10 anni in più sulle spalle, soprattutto nei più anziani. Senza la visione di un futuro e anche il loro passato sbriciolato.

Guardo la faccia eroica di mio fratello, che ha salvato Laura, e scrutò con ansia le sue crepe.
A me da dove mi viene questa stolta e incrollabile certezza di essere comunque fortunata, nonostante il prezzo enorme che abbiamo pagato? Penso dalla solidità delle radici che hanno piantato i miei splendidi genitori, più salde di un terremoto. Dalla gioia, sì, gioia, che le mie figlie e i miei nipoti si sono salvati.  Perché ho perso il mondo dell’infanzia ma ho un futuro adulto altrove. Gli amici paesani mi chiedono se tornerò a Grisciano, perché anche noi oriundi siamo parte di questa comunità che non può sopravvivere gli uni senza gli altri. Tornerò, non so ancora come né quando, ma tornerò. Anche perché mia mamma, chiamata al mercato di via Sabotino l’avvocato paesana dagli amici Rossetti che hanno perso la casa di Ferrazza, si era fatta amare ancor più del mio griscianesissimo   padre.
Perciò, fatevi in suo onore un’ottima “gricia” rigorosamente col guanciale e, se fate l’amatriciana, per favore non metteteci cipolla o basilico.
“Un paese vuol dire non essere soli. Sapere che nella terra, nella gente, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
L’aveva scelta mia mamma  questa frase, anni fa , quando ancora stava bene, per abbellire la nostra casa di Grisciano. Come sfondo aveva chiesto le pietre levigate del Chiarino, di cui le case del paese erano fatte.
Adesso io torno e queste pietre non sono più casa ma tomba. Dura e pesante.
E tu, mamma, sei morta nel paese dove ti ha portato il cuore.
E io cerco , lenta troppo lenta , sotto le macerie , il bandolo della mia incomprensibile matassa.
L’unica cosa che so è che finalmente tu e papà siete liberi come il vento, sul Pian Grande di Castelluccio.

Lisa Rufini

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