Un Uomo senza un Luogo è un Uomo senza Identità

Un esperienza che voglio condividere:

 

È venerdì mattina (il 2 settembre) siamo in auto mio fratello Francesco, alla guida, ed io. La strada si chiama Salaria collega Roma a Porto d’Ascoli direzione Grisciano frazione del Comune di Accumoli epicentro del terremoto.

Grisciano è la frazione più grande del Comune con circa 170 abitanti su 450 residenti effettivi ed è anche il paese dove sono cresciuto.

Siamo quasi arrivati. Si susseguono paesaggi conosciuti come il lago Scandarello e i Monti della Laga che lo circondano. Nulla sembra essere cambiato.

Sulla sinistra intravedo di sfuggita un ampio piazzale pieno di automezzi prevalentemente rossi dei vigili del fuoco. Non ne ho mai visti così tanti. Il fatto che la strada per Amatrice sia bloccata crea in me un senso di oppressione.

Dopo circa due settimane e una quantità di ore di televisione e telefonate ininterrotte sono riuscito a partire e ad avvicinarmi ai luoghi dove sono cresciuto. Dapprima il terrore mi ha raggelato; ho pianto pensando a tutte le persone che conoscevo e che non ci sono più ma poi sono riuscito a farmi forza e ho deciso di esserci. Troppe persone che nella mia vita hanno avuto ed hanno un significato ne sono state coinvolte e hanno bisogno di aiuto.

Francesco dice:< Guarda la strada, questo cavalcavia si è spostato ora è più alto di oltre 10 centimetri>.

Ho già visto le foto della nostra casa e di tutti i paesi del circondario ma essere lì è molto diverso.

Negli ultimi 15 km gli unici mezzi che abbiamo incontrato sulla strada sono mezzi di soccorso.

Sulla destra scorre velocemente la prima tendopoli, poi un’altra nella piazza principale e un’altra ancora presso il bar Pinguino.

Subito dietro intravedo la casa semidistrutta dei miei genitori; un fabbricato rurale crollando ne ha trascinata una parte con se.

Inizio ad incrociare gli occhi delle persone con le quali sono cresciuto, occhi spaventati e tristi. Qualcuno piange, altri si stringono sulle spalle, altri mi raccontano come è andata e altri ancora mi ricordano di come sono fortunato ad esser partito solamente qualche giorno prima con i miei bambini.

Mi raccontano le loro storie: il vicino di casa che sfonda la porta e trae in salvo la vicina, i ragazzi che aiutano una signora inferma a scendere le scale, qualcuno che salta dalla finestra perché la porta di ingresso è bloccata e di qualcun altro che non ce la fa…

Sono circondati da persone generose con il sorriso dolce e gli occhi luminosi, si chiamano: Protezione Civile, Vigili del Fuoco, Croce Rossa, Save the Children…

In un attimo è come se non fossi mai partito; mangerò e dormirò con loro. Mio fratello ed io abbiamo chiesto se era possibile passare lì la notte e fortunatamente il letto lasciato dai nostri genitori è ancora libero. Dopo due giorni di discussioni siamo riusciti a convincere i nostri genitori che era meglio andare a Roma a casa di mio fratello.

Vengo catapultato dentro le loro problematiche che in breve tempo diventano anche le mie: cosa ne sarai di noi? Ci abbandoneranno? Il paese continuerà a vivere? Conserveremo la nostra identità?

È come se cadessi in un burrone senza fine, noi giovani o giù di lì (ho 42 anni) siamo portati a pensare che ci sarà sempre un domani.

Anche se questa sicurezza con il passare degli anni si è incrinata mi interrogo se i miei genitori e i loro coetanei torneranno a vivere in una casa normale o saranno destinati per tutta la loro vita a vivere in quella che tutti oggi chiamano una CASETTA IL LEGNO.

Francesco la settimana scorsa con l’aiuto dei vigili del fuoco è salito in casa a prendere gli oggetti di valore e facilmente trasportabili: qualche gioiello, un po’ di soldi, i documenti e tante foto.

Pian pianino inizio a scoprire che quella casa sono anche io (come se finora non avessi avuto il tempo per realizzarlo…) e quegli oggetti sono una grande parte di me.

Inizio a pensare che anche io devo rimboccarmi le maniche e che nessuno può e deve essere lasciato indietro.

Dopo circa 30 minuti mi ritrovo con Francesco nell’orto dei miei genitori a raccogliere i pomodori e le patate, mi scopro per la prima volta con in mano con una zappa, ce ne ho messo di tempo. Il messaggio che vogliamo comunicare ai miei genitori è che gli siamo vicini, la vita va avanti e per fortuna noi ci siamo…

Incontro Fabrizio un amico odontotecnico che ha invitato dei suoi colleghi da Roma per dare una mano e ora tutti insieme si stanno dando da fare nella tenda della Croce Rossa.

Lascio in sospeso nella mia mente che in un cassetto in quella che è sempre stata la nostra camera da letto ci sono le lettere che ho ricevuto dai miei amici e da quelle che un tempo erano le mie fidanzate, la foto che ci ha immortalato quando avevamo 4 e 6 anni e quella quando mio padre e mia madre hanno detto SI in chiesa ormai 44 anni fa.

Torno alla realtà. Le luci del campo iniziamo ad accendersi e tra poco ci sarà la cena. Oggi, siamo andati in lungo e in largo, abbiamo incontrato parenti, amici, conoscenti e abbiamo condiviso tante emozioni. Sono nervoso anche se per rispetto cerco di non darlo a vedere; un paio di sopravvissuti mi dicono di essere dispiaciuti di essere vivi. Hanno perso tutto!

La mensa inizia a riempirsi, i bambini hanno giocato finora con i ragazzi di Save the Children e ora ci ritroviamo li tutti insieme. L’argomento e i dubbi rimangono ma in quegli occhi stanchi e cerchiati inizio a intravvedere una luce che in parte mi rassicura, si chiama SPERANZA!

MI DICO CHE CE LA FAREMO!

La notte è particolarmente difficile, nonostante ami il campeggio il fatto di vedere persone imbottite di coperte e private di ogni privacy mi rattrista. In tenda siamo in otto.

Quando sono entrato in tenda la prima volta alle 18 per prepararmi il letto mi sono commosso, era tutto così ordinato e dignitoso.

Chiedo a Francesco se c’è un sacco lenzuolo, mi risponde che non siamo in un albergo. Dormo vestito e con due coperte, dopo qualche istante ne aggiungo un’altra. Ho freddo dentro.

Mi accorgo che è proprio difficile abituarmi ad una situazione di emergenza che mi appartiene solo in parte. Al contrario di loro ho una immediata via d’uscita e sono lì per scelta. Domani sera sarò già a Roma a godermi una cena tra amici e a parlare di quanto è stato terribile il terremoto. Loro questa alternativa non ce l’hanno.

Mi addormento con difficoltà. Non è passato molto tempo quando nel dormiveglia sento il letto muoversi e non capisco cosa succede. Una nuova scossa mi riporta in pochi secondi alla realtà, mi sorprende e allo stesso tempo mi terrorizza.

La mattina a colazione se ne parla tra un caffè ed un biscotto. Ormai vista la frequenza delle scosse molti sono in grado di stimarne l’intensità. Ci si abitua anche a questo!

Tra poco ci sarà una riunione con il commissario straordinario Errani, abbiamo deciso di esserci perché è importante che il nostro futuro lo scriviamo tutti insieme.

 

Da sempre faccio parte dell’associazione Amici di Grisciano, un’associazione che ha lo scopo di promuovere il paese e di realizzare piccoli progetti per la comunità. Qualora qualcuno fosse interessato ad una donazione, nell’immagine allegata c’è l’iban. Ad oggi non sono stati individuati dei progetti ma viste le circostanze ci sarà molto da fare nei prossimi anni…

 

Un Caro Saluto,

Antonio D’Ambrosio

2 thoughts on “Un Uomo senza un Luogo è un Uomo senza Identità”

  1. Francesco, bellissime ed emozionanti le tue parole ci trascinano in una realtà che, anche distanti, ci tocca tutti indistintamente.

  2. ‎Arianna Angelini‎ a Grisciano
    Ieri alle 13:40 · Roma, Lazio ·
    Ci avete fatto andare via dicendo che non si poteva più stare, siamo partiti portandoci dietro poche cose, quelle che in fretta e furia siamo riusciti a recuperare dentro le nostre case ferite profondamente dal terremoto, pericolanti e pericolose. Ma abbiamo dovuto lasciare dentro tutto il resto, cose e ricordi della nostra vita. Ci è stato promesso di andare via tranquilli, che nessuno le avrebbe toccate e che sarebbero state protette, che cosi come le abbiamo lasciate le avremmo ritrovate. Ci siamo fidati, abbiamo chiuso le porte delle nostre case con una catena che serve più a noi per proteggere le nostre menti che ad allontanare gli avvoltoi. Noi siamo andati via con una promessa e ci siamo fidati, ma forse non è stata capita l’importanza di ciò che vi abbiamo affidato, voi avete il compito di difendere non le quattro mura di mattoni, ma delle vite, avete il compito di difendere non solo il nostro presente non proprio felice, ma il nostro passato, che in quei posti felice lo è stato, e soprattutto il nostro futuro. Ci avete fatto una promessa e le promesse fatte a persone in difficoltà hanno lo stesso valore di quelle fatte ai bambini, non possono essere disattese…per ogni promessa fatta c’è un cuore che aspetta, diceva qualcuno, e qui i cuori sono tanti…e già sono molto mal ridotti. Sembra evidente che per ora le promesse fatte non sono state mantenute, troppo presto sono state dimenticate, e noi possiamo pensare che se dimenticate cosi presto di proteggere le nostre case altrettanto in fretta vi state dimenticando di noi. Vuol dire che malgrado le parole non volete la nostra rinascita, perché quello che ancora resta in piedi in quel paese, quello che ancora è nelle nostre case, sono i semi da cui potrà rinascere il nostro paese, la nostra comunità e la nostra vita.

    Chiediamo che, cosi come ci era stato assicurato, a GRISCIANO venga istituito un posto fisso di sorveglianza anche e soprattutto vista la posizione in cui il paese si trova, facilmente raggiungibile e dal quale è possibile andare via senza essere notati…chiediamo che le nostre case e le nostre cose vengano protette, visto che noi siamo impossibilitati a farlo…vi chiediamo di aiutarci a custodire la nostra speranza di rinascita.

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